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I gatti quando ti dormono addosso con quel corpicino caldo soffice ronfante, come bimbi abbandonati al petto, fiduciosi. Quella loro natura selvatica e sovrana che non s’addomestica mai del tutto.

Leggere romanzi, nei libri di carta, addentrarsi nelle storie e avvertire la propria vita che cambia, migliora, si espande.

Le luci nelle case degli altri. Guardarci dentro e sentire la vita ordinaria che ci scorre: acciottolìo di piatti e bicchieri all’ora di cena, acqua che scorre, sfrigolìo forse di cipolle, scarico dello sciacquone, scrosci di doccia, televisore acceso, le voci di chi ci abita.

Il tempo passato con mio marito, che manca già adesso – lui e il tempo passato insieme: il suo sorriso buono che lascia intravedere l’incisivo scheggiato, la pelle lattea e le dita magre e lunghe, il suo odore di pulito sempre. La gentilezza che c’era tra di noi. La nostra casa in via Colombo 85, tutto il palazzo bello in via Colombo 85 e i rumori della strada; la luce che filtrava tra le piante in balcone quand’era primavera; i viaggi, le gite fuori porta; qualcosa di Jesi; le cene con gli amici nel nostro soggiorno e i formaggi disposti su quel grosso, pesante tagliere di legno ricevuto come regalo di nozze da Giovanna, Federico, Claudia ed Emanuela. I gatti Icaro e Teti, le nostre riunioni in quattro sul letto. Quell’impressione di vita normale che s’apprezza in sua assenza soltanto, dopo.

Il vino bianco aromatico, che sia un Traminer, perdio, e freddo in un bel calice, d’estate sulla spiaggia, un pesce arrosto nel piatto, odori di frittura di paranza mista a creme solari al cocco.

Il corteo degli amici.

Fabio e Cinzia, Enrica e Marco, miei custodi. Di recente incaricati, a loro insaputa, di disperdere le mie ceneri in mare, secondo gli usi consentiti dal Comune di Martinsicuro nella delibera n° 18 del 20 maggio 2013, Art. 5, comma h.

La cura che mette Mara quando cucina e apparecchia la tavola per gli ospiti con le ciotole giapponesi.

L’odore di lavanda sulle lenzuola pulite appena messe, quando si rifà la camera. Il bianco delle tende che si muovono davanti alla finestra aperta.

La linguistica, e dire «morfemi» e «fonemi», e gli schemini del vocalismo tonico dal latino all’italiano, ricordo perpetuo dell’università da un quarto di secolo.

La prima boccata di una sigaretta goduta.

Le persone con gli occhi molto grandi e azzurri, i capelli rossi, la pelle chiara, le lentiggini.

La faggeta dei Boschi della Difesa di Pescasseroli. Il faggio per come è fatto, e per quello che fa. L’odore del bosco dopo la pioggia, e il fresco che c’è all’ombra di un faggio di quattrocento anni.

Il profumo delle fresie come quelle che aveva mia nonna Santina in terrazza, e io dicevo che odoravano di latte.

La pasta al forno scrocchiarella.

La gente che studia.

Mettere il vinile di Edith Piaf, quello che mi regalò Sara vent’anni fa quando non avevo il giradischi.

Il camino quando è acceso, e crepita tutto.

Mia cugina Gloria quando fa le imitazioni, soprattutto quando fa Pilar Fogliati che fa Eugenia Praticò, e un po’ anche Uvetta Budini di Raso.

Mio nipote Gioele, vederlo crescere.

I baci, ma mica tutti.

Andare al cinema, a teatro, alle mostre, ai concerti, in libreria, al ristorante.

Fare gli inventari delle cose del mese, e le liste superflue, soprattutto quelle superflue.

Casa.

Scrivere.

[…]

[Immagine in copertina: faggio di quattrocento anni, in una foto che ho scattato nella faggeta dei Boschi della Difesa di Pescasseroli il 21 agosto 2021]